Il Knowledge Graph è la base di conoscenza con cui Google collega fra loro persone, luoghi, aziende e cose, registrando le relazioni che le uniscono. È stato presentato nel 2012 e sta dietro ai riquadri di conoscenza che compaiono accanto ai risultati: la scheda di un autore, di un’azienda, di un film.
Come funziona: il motore non ragiona solo per parole chiave ma per entità — «questo è un marchio», «questa persona ha scritto quel libro», «questa azienda ha questa sede». Le informazioni arrivano da fonti terze (enciclopedie, cataloghi, registri pubblici) e, sempre più, dai dati strutturati che i siti dichiarano su se stessi: è qui che una pagina può contribuire a farsi descrivere correttamente.
Un esempio: cercando il nome di un blog o di un autore può comparire un pannello con descrizione, sito e profili ufficiali. Quel pannello non si crea con un trucco: è la conseguenza di informazioni coerenti e ripetute in più punti — sito, dati strutturati, profili social, menzioni esterne.
L’errore è credere di poter «entrare nel Knowledge Graph» con un modulo da compilare o con un markup particolare. Non esiste una richiesta di ammissione: contano la coerenza e la verificabilità delle informazioni. Il secondo errore è dichiarare nello schema un’identità che non corrisponde a quello che si è — un tipo di organizzazione sbagliato, un nome diverso da quello usato ovunque.
In pratica: si usano i tipi coerenti di schema.org per l’organizzazione e per le persone (Organization, Person), si tengono allineati nome, logo e indirizzi su sito e profili, e si lascia che siano le fonti terze a fare il resto. Non è una leva da azionare, è una reputazione da costruire.
Fonte: support.google.com